Il ricercatore
Il paese era così illuminato che brillava come lo schermo di un iPhone. Le insegne di alberghi e ristoranti facevano a gara con quelle che promettevano emozioni forti ai turisti che vagavano sul viale principale. Avevo sperato di ritrovare…
Il paese era così illuminato che brillava come lo schermo di un iPhone. Le insegne di alberghi e ristoranti facevano a gara con quelle che promettevano emozioni forti ai turisti che vagavano sul viale principale.
Avevo sperato di ritrovare la ragazza, ma doveva essersi rintanata lontano dagli occhi di quella marmaglia troppo impegnata a mostrarsi divertita come attori scadenti in una tragedia mascherata da farsa.
Mi voltai disgustato e tornai alla macchina che avevo parcheggiato poco lontano. Lei era un animale selvatico, l’avevo capito non appena l’avevo vista. Il suo posto non era nella folla.
Ripresi la strada che si inerpicava sul fianco di una montagna ricoperta di abeti secchi che graffiavano il cielo terso. Il rosso del tramonto che annunciava un’altra giornata senza nuvole stava scolorando nel nero della notte. Spensi il navigatore, eravamo già in troppi a sapere dove mi stavo dirigendo.
Dopo una decina di tornanti svoltai in una strada laterale, l’unica non annunciata dai soliti pannelli led con scene di gente che si divertiva nelle spa degli alberghi. C’era solo una freccia di legno sbiadito con la scritta “Residence Stella Alpina”.
L’asfalto rovinato, ruvido come la voce di un cantante blues e la mancanza di illuminazione erano una promessa di tranquillità più attraente di qualsiasi comfort all’ultima moda.
In un angolo del parcheggio troneggiava un ammasso di ferraglia che in tempi migliori doveva essere stato un mezzo agricolo. Fermai la macchina lì accanto e mi avviai alla reception. Entrai e un sensore segnalò il mio arrivo con un suono lamentoso. Una donna anziana uscì da una porta senza battente dietro cui si intravvedeva una cucina lurida e arrivò al bancone. Mi squadrò come fossi un ladro e lì fossero custoditi i gioielli della corona.
«Ho prenotato. Sam Orsi» Le mostrai un documento sul cellulare, lei fece spallucce e prese un registro cartaceo.
«Lo scanner non funziona, e comunque non mi frega nulla di chi sei, basta che paghi.» Indicò il terminale del POS. «Una notte, una persona sola?» Scrutò il parcheggio buio, aspettandosi forse di vedere una squadra di basket femminile in attesa di seguirmi in camera.
«No, lo sceicco e il suo harem stanno arrivando. Ha voluto proprio questo albergo.»
La donna mi fissò incerta.
«Sono solo, una notte.»
Digitò la cifra sul terminale, avvicinai il cellulare e pagai.
«Stanza 101.» Mi consegnò una tessera magnetica vecchio tipo, gli scanner per le impronte digitali dovevano averli inventati parecchio tempo dopo l’ultima ristrutturazione.
Indicai il parcheggio. «Cos’è quell’affare là fuori?»
La donna rise con il suono raschiante di una lima sul numero di serie di una pistola. «È uno spazzaneve. Una volta era indispensabile per liberare la strada. Lo usava mio marito, è fermo lì dall’ultima volta che ha nevicato.»
Non c’erano altre macchine e le luci, tranne quella della reception, erano spente. Non mi stupii di essere l’unico cliente. Salii in camera e buttai le mie borse sul letto.
La stanza doveva essere stata decente, troppo tempo fa. La tappezzeria ridotta a un grigio uniforme. Il letto stava in piedi per miracolo e l’armadio aveva perso una delle ante. L’odore di polvere combatteva per avere la meglio su quello di fritto proveniente dalla reception.
Non mi importava, avevo bisogno di silenzio e quiete.
Ripensai alla ragazza e alle foto che mi aveva mostrato sul cellulare. Non provavano nulla, o forse provavano che qualcuno aveva interesse a nascondere delle cose.
Erano tutte mosse o sfuocate, o scattate troppo tardi quando il soggetto era ormai fuori campo, o addirittura troppo presto. Nemmeno una buona.
Tutti riescono a fare le foto con i cellulari, al giorno d’oggi. Basta cliccare e fanno tutto da soli. E anche se sei un cane le AI ti fanno sembrare Steve McCurry. Tutte quelle foto sbagliate erano statisticamente impossibili.
Forse la ragazza si era davvero imbattuta in qualcosa di interessante, qualcosa che qualcuno voleva tenere nascosto.
Se era così lo avrei scoperto presto.
Mi girai verso il letto, nella borsa c’era la mia fida 35mm con due caricatori pronti.
L’avevo scovata da un rigattiere e un collega, un chimico che lavorava al museo, mi aveva aiutato a trovare pellicole e acidi per lo sviluppo. La fotografia analogica era scomoda e complicata, ma aveva un enorme vantaggio, nessun software poteva ficcare il naso nelle tue foto.
Mi infilai nel letto, ma non riuscivo a dormire. Continuavo a pensare alla ragazza. Era strano, non riuscivo a richiamare alla mente il suo viso, ma ricordavo perfettamente la prima impressione quand’era sbucata sul sentiero. Si era immobilizzata, sul suo volto avevo visto incertezza e forse perfino spavento, ma soprattutto l’irritazione per aver trovato un intruso.
Era chiaro che considerava la montagna il suo territorio e questo mi piaceva. Lì si sentiva la regina, come altre lo sarebbero state su una pista da ballo.
Mi aveva rivolto uno sguardo capace di risolvere in un colpo solo l’emergenza climatica. Ma quando aveva visto le tracce sul letto del torrente il suo interesse si era acceso. Una mente sveglia, aveva capito che sulle montagne c’era qualcosa che non andava.
Le avevo detto di cercarmi, ma non si era mai fatta viva. Sperai non le fosse successo nulla. Non sai mai dove sono disposti ad arrivare pur di mettere a tacere chi si fa troppe domande.
Al museo era bastata la minaccia di licenziamento. Perfino io avevo rinunciato alle mie ricerche, o almeno è quello che avevo dichiarato.
Il cellulare vibrò. Lanciai un’occhiata al display: Barocci. «Non ti ho visto al museo, com’è andato l’incontro?»
«Paura che abbia mandato tutto a puttane eh? Tranquillo, sindaco e investitori non vedono l’ora di collaborare.»
«La direttrice voleva notizie.»
«La direttrice? Pensare che qualcuno possa avere obiettivi diversi dai suoi? Non le passa nemmeno per la testa. Comunque non avrei motivo per sabotare i progetti. Piantala di preoccuparti»
«Ok, scusa.»
«Domani sono in ferie, magari avrò qualcosa da raccontarti quando rientro.»
«Non ficcarti nei guai.»
«Faccio solo un giretto per conto mio.»
«Sei ancora su da quelle parti? Attento a quello che respiri con tutta quella plastica che spruzzano.»
«Tranquillo, ho la maschera filtrante, se il vento gira.»
Barocci aveva capito, nonostante l’aria da cellulare senza connessione il suo cervello era sempre in moto; sapeva che non mi sarei fermato.
Quando mi addormentai i sogni mi assalirono come una tech company quando sei in ritardo sugli abbonamenti. Stessa insistenza e stesso tono minaccioso, ma almeno i sogni, al risveglio, smettono di assillarti.
Mi alzai, presi le mie cose e scesi alla reception.
La vecchia mi intercettò mentre transitavo davanti al bancone. «La colazione non è compresa!» Indicò la cucina alle sue spalle. «Se vuole posso prepararle qualcosa, a pagamento ovviamente.»
Gettai un’occhiata al fornello incrostato di sostanze irriconoscibili e accarezzai l’idea di prelevarne qualche campione da analizzare in laboratorio. «No grazie, ma non si offenda. Sono certo che i ratti adorano la sua cucina.»
Uscii nel parcheggio senza attendere la sua risposta e salii in macchina. Ancora pochi tornanti e c’era il rifugio, dove la strada finiva.
Lo chiamavano rifugio, ma era una presa in giro per abbindolare i turisti. Era un albergo di lusso. Un’accozzaglia di vetrate, acciaio e legno, l’incubo di qualche architetto cocainomane spacciato per edificio sostenibile in armonia con il paesaggio.
Piazzai la mia auto in uno dei parcheggi riservati al personale, l’unico posto in cui non avrebbe destato sospetti. Fra i giganteschi SUV dei clienti avrebbe spiccato come un libro in un ritrovo di fascisti.
Mi allacciai gli scarponi e imboccai un sentiero diverso da quello che portava al torrente in secca. Non sapevo dove avesse scattato le foto la ragazza, ma il profilo delle montagne mi aveva fornito un indizio.
Qualche ultima traccia d’erba secca scricchiolava sotto i miei passi, mughi morti punteggiavano il pendio polveroso fino al confine di un ghiaione. Da lì in poi anche le tracce di una vegetazione passata svanivano del tutto.
Come potevano sopravvivere degli animali in un territorio così brullo? Ero certo che qualche organismo fosse sopravvissuto, adattandosi allo stramaledetto cambiamento climatico. Ma non avevo le prove.
Trovarle non sarebbe servito a nulla, non più, ma odiavo l’idea di lasciarmi sconfiggere dal sistema.
Superato il ghiaione, un piccolo pianoro conduceva a una parete di roccia non troppo ripida che da vicino si rivelava abbondantemente appigliata.
Mi fermai alla base e scrutai i dintorni con il binocolo. Tranne per la terrazza del rifugio, in basso, punteggiata di formiche d’allevamento, non si vedeva alcun essere vivente. Riposi il binocolo nello zaino e ripresi la salita. A parte qualche passaggio in cui era necessario aiutarsi con le mani, la salita era agevole anche se piuttosto lunga. Mi concessi delle brevi pause per riprendere fiato e guardarmi attorno. Il paesaggio era desolato e brullo, perfino il cielo era vuoto.
Finalmente raggiunsi la cima, un cocuzzolo roccioso grande abbastanza per sedersi con le gambe a penzoloni. Alle mie spalle il percorso di salita e davanti a me uno strapiombo che precipitava per qualche centinaio di metri fino a un pianoro brullo che risaliva verso la catena successiva.
Ma nel centro del pianoro sopravviveva miracolosamente una pozza d’acqua, ultimo residuo di un lago di cui si indovinavano ancora i contorni originali. E attorno all’acqua alcune figure in movimento.
Estrassi la macchina fotografica e tentai di inquadrarli, ma lo zoom non era abbastanza potente da consentirmi di determinarne con certezza la specie. Potevano essere camosci di piccola taglia o capre dal pelame scuro. Scattai comunque un paio di foto, forse un ingrandimento avrebbe rivelato qualche dettaglio che mi sfuggiva.
Mi ci volle un sacco di tempo per scendere fino a quel residuo di lago, il sole batteva a picco e cercai un po’ d’ombra al riparo di un masso. Dovevo solo essere paziente e aspettare la sera. Nessun animale si muove nelle ore più calde e quelle montagne erano diventate un deserto di pietra infuocata.
Solo il tardo pomeriggio l’aria iniziò a rinfrescare, da quel momento ogni istante poteva essere cruciale.
Non passò molto che iniziai a vedere qualche movimento sulle pareti rocciose più lontane. Dei puntini scuri scendevano verso il pianoro dove mi ero appostato.
Era il momento più difficile, un minimo movimento e avrei rischiato di far fallire l’operazione. Restai con l’occhio incollato al mirino e il dito sul pulsante di scatto.
Finalmente qualcosa entrò nell’inquadratura e per poco non feci un salto. Era un camoscio, ma allo stesso tempo era qualcos’altro. Le orecchie erano enormi, il corpo magro con le zampe lunghe e una protuberanza sulla schiena. Si dirigeva alla pozza per abbeverarsi assieme al resto del branco.
Feci scattare l’otturatore fino a esaurire la pellicola.
Pochi istanti e gli animali svanirono di nuovo sulla montagna.
Ma avevo le prove, impresse su negativo. Nessuno poteva saperlo e nessuno poteva metterci mano.
Raccolsi la macchina fotografica.
Lanciai un ultimo sguardo alla pozza d’acqua, se qualcuno avesse distrutto anche quella nessun animale sarebbe potuto sopravvivere.
Aprii lo sportellino della macchina fotografica, estrassi il rullino e srotolai la pellicola agli ultimi raggi del sole.
— fine · ✦