La barista
Il bancone lucido rifletteva i raggi rossi del sole, i boccali per la birra, le montagne. Marcella osservò il riflesso, le mani occupate a risistemare le ultime cose per la chiusura, la mente occupata dalla lista di cose per l’escursione…
Il bancone lucido rifletteva i raggi rossi del sole, i boccali per la birra, le montagne. Marcella osservò il riflesso, le mani occupate a risistemare le ultime cose per la chiusura, la mente occupata dalla lista di cose per l’escursione. Le montagne sembrano stampate sulla superficie verniciata.
L’ultimo pullman turistico appena uscito dal parcheggio lasciava vuoto e silenzio. Silenzio, non pace. Non in quel luogo.
Marcella ripose lo strofinaccio, si infilò lo zainetto sulle spalle e spense le luci. I raggi del tramonto trasformano la sala in un luogo non del tutto asettico. Chiuse la porta e uscì. Walter, seduto a uno dei tavolini all’esterno, lo sguardo vuoto, parve non accorgersi della sua presenza. Lei salutò con un cenno senza attendere risposta, inforcò la bicicletta e pedalò verso casa.
Un corvo zampettava fra gli avanzi abbandonati dai turisti.
Walter si accorse di lei quando solo il fanalino posteriore, rosso nell’ombra delle montagne, brillava ormai troppo lontano. O semplicemente alzò gli occhi verso la strada.
Marcella parcheggiò la bici nel giardinetto davanti casa. La villetta alla periferia di Pietracc apparteneva a una donna anziana, felice di affittare una stanza a pochi soldi in cambio di un po’ di compagnia. La ragazza mangiò il panino portato dal bar, uno yogurt e un paio di biscotti alla mandorla dalla forma irregolare, ruvidi, ma dolci. Preparò lo zaino per il giorno dopo, si lavò i denti, mentre un feed di notizie raccontava in sottofondo gli eventi del giorno.
Musica ad alto volume proveniva dal centro del paese: intrattenimento per i turisti. Attività programmate accuratamente personalizzate, nessuna iniziativa personale nemmeno la notte. Le camere d’albergo pervase da rilassanti suoni della natura ricreati artificialmente a creare il dosaggio perfetto per il sonno. I sogni non erano sgradevoli, ma nemmeno del tutto piacevoli.
Marcella chiuse le finestre, il silenzio invase la stanza, i serramenti nuovi tagliavano lo spazio in due: interno ed esterno. La padrona di casa temeva le microplastiche e gli inverni rigidi, questi ultimi un lontano ricordo della sua infanzia.
I led dei lampioni spalmavano luce fredda sull’asfalto delle strade, sui marciapiedi del centro affollati di turisti, sulle pareti delle case. Poche stelle delineavano appena costellazioni svanite. Nessuno alzava gli occhi a cercarle.
Appuntò la sveglia sul cellulare, non troppo presto, da quelle parti la montagna poteva essere pericolosa il mattino e andò a letto.
Si svegliò in anticipo, prese il tablet e controllò il report sulle direzioni dei venti notturni e le previsioni per quelli della giornata. Per tutta la notte una leggera brezza aveva soffiato verso nord-est. La nuova pista artificiale era sottovento. Mise la mascherina nello zaino, il vento può sempre cambiare.
Infilò lo zaino sulle spalle, prese la bici e pedalò senza affaticarsi verso la partenza del percorso, il motore Xiaomi da 700 W era in grado di portarla a destinazione nonostante la pendenza. Legò la bicicletta nel parcheggio accanto al rifugio, in realtà un albergo con grandi vetrate strapiombanti, profili in acciaio brunito scuro, elementi architettonici di legno grigio. Il legno sembra vecchio, perfino antico, ma è solo apparenza.
La fontana in pietra erogava Spritz.
Il sentiero saliva ripido, in poche curve superava una malga abbandonata, le tracce di uno steccato sfasciato, un abbeveratoio in legno con un rivolo sul fondo. Non proprio acqua, melma scura dall’odore di mercato rionale ormai chiuso.
Dopo un breve tratto il sentiero superava una cresta, perdeva di vista il rifugio in basso ed entrava in una valletta poco profonda. Una spina dorsale di sassi sbiancati da un torrente disseccato.
La traccia spariva su un susseguirsi di lastre di roccia grigia; le vecchie indicazioni scolorite e non più rinnovate erano difficili da seguire e Marcella si affidava all’istinto e al caso. Le suole Vibram le consentivano comunque un passo sicuro. Proseguì sul terreno scabro dirigendosi verso alcuni massi erratici fra i quali serpeggiava il letto prosciugato del torrente.
Un uomo era accucciato fra i sassi, intento a scrutare il terreno.
Marcella si fermò di scatto e l’uomo alzò lo sguardo verso di lei. Rimase immobile a fissarla per un momento, si alzò incerto, poi fece un cenno di saluto con la mano. Si studiarono, due animali selvatici in cerca di segnali di ostilità. L’uomo sorrise e si pulì le mani sui pantaloni Montura.
Marcella lo raggiunse posando i piedi con attenzione per non rovinare qualsiasi cosa l’uomo stesse guardando. «Cosa stai cercando?»
«Niente, guardavo.»
«Guardavi? Un torrente senz’acqua?»
Il letto del torrente in quel punto era creta disseccata cosparsa di ciottoli. Marcella si accucciò a osservare e l’uomo fece un passo indietro. Sulla creta sono impresse delle impronte che convergono verso un buco fra i sassi.
«Cosa sono?»
L’uomo non rispose, si guardò attorno allungando il collo, un topo che scruta i dintorni. Si portò un dito alle labbra, prese il cellulare e fece cenno a Marcella di fare lo stesso. La ragazza si alzò in piedi, prese il cellulare, poi lo rimise in tasca, infine lo prese nuovamente in mano. L’uomo appoggiò il cellulare a terra indicando a Marcella di imitarlo e si allontanò come volesse uscire dalla valletta e proseguire verso una delle cime circostanti. Marcella appoggiò il cellulare, raccolse un sasso che tenne stretto nel pugno, si strinse nelle spalle e lo seguì.
Il fischio distorto di una marmotta crepava il silenzio.
Si fermarono dopo un centinaio di passi, l’uomo sedette su un masso e attese. Marcella si sistemò accanto a lui senza dire nulla, la mano con il sasso dentro la tasca.
«Se mi sentono perdo il lavoro.» L’uomo fece una breve risatina. «Fuori dal museo sono finito. I naturalisti non servono più a niente, relitti del passato.»
«Sei un naturalista? Ho scritto un paio di di mail al museo di scienze, non mi hanno mai risposto.» Scrollò le spalle, come volesse scrollarsi di dosso il peso delle risposte mai ricevute. «Che ci fai qui?»
L’uomo si girò a fissarla e Marcella iniziò a sfilare il sasso dalla tasca.
«Perché hai scritto al museo?»
«Forse mi sono solo messa in mente, ma vado spesso in montagna, ogni volta che posso» indicò il paesaggio con un dito, «è desolato, ma mai quanto il fondovalle — e mi è capitato di vedere cose un po’ strane. Animali soprattutto. Ce ne sono pochi, è difficile vederli, ma ogni tanto capita.» Fece una pausa, quasi in attesa di una reazione dal suo interlocutore che rimase silenzioso. «Solo che, a volte, non sono come te li aspetteresti.»
Una nuvola proiettò un’ombra.
L’uomo indicò il letto secco del torrente. «E il motivo per cui osservavo quelle tracce. Una volta questi torrenti di montagna non erano mai secchi. Ghiacciavano in inverno, ma dal disgelo in poi c’era sempre acqua dai nevai e ghiacciai sulle cime. E c’erano pesci. Un po’ alla volta la neve è sparita, piove sempre di meno, i torrenti hanno iniziato a seccare. Uno pensa che i pesci dovrebbero essere tutti morti.»
Marcella immaginò un torrente di pesci morti, i turisti intenti a osservare lo spettacolo dalle terrazze e dalle lounge degli alberghi indicandosi l’un l’altro i cadaveri di trote e salmerini.
L’uomo rimase in attesa di una risposta. Marcella aveva perso il filo del discorso e si limitò ad annuire.
«Ma non sono mai riuscito a vederne uno.»
«Di pesci morti?»
«Pesci? No, degli animali che lasciano quelle tracce.»
«Le tracce di prima? Magari sono di lucertole.»
L’uomo scrollò la testa. «No, le tracce delle zampe sarebbero più marcate. È qualcosa di diverso.» Sbuffò e si infilò le mani in tasca.
Marcella balzò in piedi. «Posso mostrarti le foto che ho sul cellulare. Non ci sono pesci, ma ho scattato delle foto ogni volta che vedevo un animale un po’ strano. Erano nelle mail che ho mandato al museo.»
«Le mail le avranno cestinate. Io studiavo gli adattamenti di animali e piante alle nuove condizioni climatiche. Ma si è tutto arenato. Non si parla di clima. Il museo ha soldi solo per promuovere la natura incontaminata delle nostre montagne.»
«Magari le mie foto ti daranno qualche idea.»
Tornarono al torrente secco e raccolsero i cellulari. Marcella prese il suo e iniziò a sfogliare la galleria tenendolo sotto il naso dell’uomo. Ci sono foto di paesaggi, tentativi di foto artistiche che ritraggono cumuli di immondizia con delle inquadrature sghembe, dettagli insignificanti di pezzi d’arredamento. Fra le foto scattate in montagna alcune mostrano figure di animali, sempre troppo lontane o troppo mosse, a volte sfuocate. Animali impossibili da identificare.
Danno la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato, ma non è mai chiaro se sia il soggetto o il fotografo.
L’uomo le osservò con attenzione e scosse la testa. «Devo andare. Se ti capita di scendere in città vieni a cercarmi al museo.»
Marcella annuì e lo osservò allontanarsi alla ricerca del sentiero.
— fine · ✦