Empusium: la montagna ancor più incantata
Recensire un romanzo di un premio Nobel mette un po’ di soggezione. E se poi non mi piace? Sarà colpa mia che non capisco? Chi sono io per mettere in discussione un Nobel? Ma in fondo il Nobel non è una patente di santità e come lettore ho…
Recensire un romanzo di un premio Nobel mette un po’ di soggezione. E se poi non mi piace? Sarà colpa mia che non capisco? Chi sono io per mettere in discussione un Nobel? Ma in fondo il Nobel non è una patente di santità e come lettore ho tutti i diritti di criticare qualsiasi autore e qualsiasi libro.
La motivazione del premio assegnato a Olga Tokarczuk recita: «per una immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita» e leggere Empusium conferma che è stato pienamente meritato.
Non che il romanzo non abbi difetti, anzi, ne ha diversi, ma l’immaginazione narrativa, la passione enciclopedica e l’attraversamento dei confini ci sono tutti e di qualità eccelsa.
Di cosa parla Empusium? Secondo la stessa autrice è un retelling de “La montagna incantata” di Thomas Mann. Anche qui c’è un sanatorio per malati di tubercolosi, anche qui c’è un giovane ingegnere che arriva per curarsi, anche qui ci sono una dama misteriosa, due intellettuali sempre in conflitto su quasi ogni cosa e altri personaggi ispirati a quelli dell’opera di Mann. Ma al di là dell’omaggio allo scrittore tedesco, il romanzo della Tokcarczuk ha un’anima propria e un protagonista in più, una montagna magica nel vero senso della parola.
Il giovane Mieczyslaw Wojnicz arriva a Görbersdorf, centro di cure della Bassa Slesia, per curarsi dalla tubercolosi. Alloggia in una pensione del paese, assieme ad altri uomini in attesa che si liberi un posto nel sanatorio, stringe amicizia con l’unico altro giovane, Theo e partecipa quasi sempre come ascoltatore ai dibattiti degli uomini anziani con cui condivide l’alloggio.
Nonostante una tragedia venga a funestare la locanda già nel suo primo giorno di permanenza (la morte della moglie del padrone della locanda) la vita del giovane si svolge fra cure termali, passeggiate, conversazioni più o meno dotte e brindisi con il liquore locale preparato, fra le altre cose, con funghi allucinogeni.
La tranquillità e la sonnolenza di un paese abitato in massima parte dai pazienti del sanatorio nasconde però qualcosa di inquietante e oscuro.
Il sottotitolo del romanzo è: “Una storia di natura e orrore” e il libro è stato accostato da alcuni al filone del folk horror. Nonostante la presenza di elementi soprannaturali e orrorifici non si può però definirlo un horror propriamente detto. Mancano infatti alcune delle caratteristiche minime necessarie per una storia horror: la tensione, la paura.
La parte centrale del romanzo indugia eccessivamente sui battibecchi filosofici dei due intellettuali ospiti della locanda che diventano a un certo punto ripetitivi. Alcune parti tuttavia sono ricche di spunti di riflessione, per cui se narrativamente allungano eccessivamente la narrazione, d’altro canto suggeriscono al lettore idee su cui può essere interessante soffermarsi.
La scrittura è ottima (merito anche dei traduttori, da quanto ho capito alcune caratteristiche della prosa dell’autrice sono molti difficili da trasportare in italiano), l’ambientazione diventa essa stessa protagonista della vicenda ed è delineata in modo magistrale. La natura stessa assume un connotato allo stesso tempo salvifico e terribile.
Il fatto che manchi quel qualcosa che serve per poterlo definire un horror credo che, più che un difetto, sia una scelta precisa dell’autrice, che ha prefrito mantenere un’inquietudine per il mondo esterno costante in tutta la narrazione, con un crescendo appena appena accennato, su binari paralleli all’inquietudine interiore di Wojnicz.
Ma, nonostante il Nobel, vi sono alcune cose nel romanzo, oltre alla lentezza della parte centrale, che non mi sono piaciute. Gli ospiti della locanda per soli uomini, tranne Wojnicz e l’amico Theo, sono tutti estremamente maschilisti e misogini, ma lo sono in un modo talmente eccessivo e ripetuto da diventare macchiettistico. E non importa che a chiusura del libro la Tokcarczuk riporti l’elenco di persone reali (filosofi, scrittori ecc.) da cui ha preso le frasi messe in bocca si suoi personaggi. Gli gli uomini della locanda vengono mostrati come dei patetici poveracci che si riempiono la bocca di una superiorità maschile mai realmente esercitata nella pratica, più che come veri oppressori, manca però la reale oppressione delle donne. Gli uomini più che oppressori finiscono per sembrare dei sempliciottiche dalle donne vengono manovrati senza che ne abbiamo la consapevolezza e a cui rimangono solo le fantasie di superiorità a cui si aggrappano continuamente.
Alcuni passaggi del romanzo sono eccessivamente prevedibili e manca la sorpresa dove dovrebbe esserci. Immagino sia voluto anche questo, ma è come se l’autrice dicesse: non mi interessa il jump scare, voglio che il lettore possa prevedere gli accadimenti in modo da interiorizzarne meglio il significato. Tuttavia il romanzo avrebbe sicuramente guadagnato da qualche momento di tensione in più e da un climax meno telefonato.
In conclusione, se state cercando un horror che vi tenga incollati alle pagine e vi procuri incubi questo libro non è quello che cercate. Se le tematiche femministe vi disturbano lasciate perdere. Ma se cercate un romanzo scrito molto bene, con spunti di riflessione interessanti, ambientazione coinvolgente e un fondo di mistero e se non vi disturba il fatto che le rivelazioni finali siano in qualche modo anticipate e preparate così da non essere dei veri e propri colpidi scena, allora Empusium è un romanzo che vale la pena leggere.
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